E' uscito "I FUMETTI DEL PROF. BAD TRIP" un nuovo libro!

Tutti i fumetti del più importante artista della scena controculturale dal punk a oggi in un volume unico. 256 tavole allucinanti che ricostruiscono tutta l'opera a fumetti del Prof. Bad Trip. Un'opera imperdibile che, insieme al catalogo "L'arte del Prof. Bad Trip" fa parte del progetto www.profbadtrip.org che si propone di mantenere vivo il ricordo dell'artista scomparso.

Formato fumetto, 256 pp, in vendita in libreria, fumetteria e online

INDICE: Psycho - Dirk Dare, The Dark Surfer - Holy Church of Elvis - Live Tommy - Trash - The Cult - Chiodo spacciato - Amo vivere in città - The Modern Dance - Mondo Tecno - Tecnorebel Song - Vomitino - Doubledose - Il senso della vita è molto sottile - Strano viaggio di molti anni fa - The Meathead - Giornalemilitareufficiale - Effusioni nucleari - Crash - Freak Show - Le avventure insignificanti di Johnny il Coatto - Mondo Duplex - Fumetti post-fordisti - Tomorrow

 

Articoli su BAD TRIP

BUON VIAGGIO PROF. BAD TRIP!

di Matteo Guarnaccia

"il manifesto" 28 novembre 2006

Il suo ultimo lavoro, “Greetings from Hell”, presentato solo pochi giorni fa a Milano, in occasione della mostra presso il COX18, suona oggi terribilmente profetico. Un album/calendario in cui, come santini,  aveva ritratto alcuni cari estinti del suo personale Olimpo underground, da Brian Jones a Bakunin, più due “dannati vivi che l’inferno ce lo fanno provare nell’aldiqua, Bush e Berlusconi”.  Da sfrenato collezionista di immagini quale era, forse non vedeva l’ora di aggiungervi anche la sua figurina. L’esagitato progetto hardcore di Gianluca Lerici  ha rappresentato una delle realtà più stimolanti e pregiate nell’ambiente dopato ed emotivamente fiacco della comunicazione visiva contemporanea. Il suo inquietante nome di battaglia (riferito alla situazione politica-esistenziale degli anni Ottanta, il cattivo viaggio per eccellenza per chi, come lui, faceva riferimento alla cultura underground e psichedelica dei decenni precedenti) era una garanzia di pirotecnica arte anarchica.  Nato a La Spezia nel 1963, ex coltivatore di molluschi,  troppo giovane per diventare hippie (il purple haze lisergico-hendrixiano si è trasformato nello smog diossinico dei fuochi dei pneumatici) diventa un punx innamorato della scena californiana dei Dead Kennedys e degli Angry Samoans (che incidevano per la “Bad Trip Records”); si esibisce sul palco, poga a ripetizione, sviluppa una sana rabbia per “la volontà dei ceti culturali di tutti i partiti politici e di tutte le istituzioni italiane di cancellare la storia dei movimenti degli anni precedenti lasciandoci senza futuro e senza passato” .  In veste di agitprop si getta nel bizzarro mondo delle  autoproduzioni  underground  che diffonde instancabilmente sotto forma postale, xerox, ipodermica, vinilica e tessile. È l’anello fondamentale che fonde due sensibilità della cultura alternativa, attraverso la sua opera  gli anni 90 rivendicano con fierezza di essere anni 60 upside down. Dopo aver realizzato per la Shake edizioni un’ardita e succulenta riduzione a fumetti de Il Pasto Nudo di Burroughs , raggiunge lo stato di pop celebrity, allargando i suo cerchi di contaminazione a livelli di visibilità sempre più ampia.  Insegna e dipinge, espone in eleganti gallerie e fa il dj (“musica da ballo e techno in tutte le salse”).

Il suo marchio di fabbrica è un classico bianco e nero da xilografia, erede diretto della potente iconografia protestante tedesca, specialmente di quella legata alla “Danza della morte”, madre di tutte le devianze underpop e così cara agli espressionisti. Sbrigativamente etichettato negli anni Novanta come artista cyber-punk (a dispetto della sua ostilità verso i computer) è da considerarsi a tutti gli effetti come un perfetto esponente dell’arte popolare a sfondo sociale. Nella felice tradizione di José Posada o Frans Maseerel, Gianluca è un moralista che visiona alla moviola scismi, dubbi e apocalissi, svillaneggiando i mali del mondo; è un monaco techno-amanuense che sbraita coi suoi pennelli anatemi contro il potere che, giorno dopo giorno, va calpestando (con scarponi catodici chiodati) la sovranità della nostra psiche. La sua è una visione  labirintica dove l’optical sposa il vudú; un prodotto di sintesi di una sensibilità febbricitante e ipocinetica che, mimando intossicazioni chimico-alimentari, immagina il presente attraverso gli occhi di un biscazziere che sa che i giochi sono fatti e che i dadi sono truccati. Il suo campo  di azione è una fragile no man’s land che si estende tra psichedelia e psicosi; una Kronstadt cartacea sotto assedio, in cui resiste, tenacemente, un improbabile universo canagliesco composto da teneri mostri da baraccone, ingolfati di spezie e abbruttiti da overdose di realtà parallele. Come il regista Tod Browning, Gianluca ha rivendicato l’umanità dei “Freaks” contro la mostruosità della gente di plastica.

Gianluca è stato il mio caro fratello minore, anche se lui amava chiamarmi “babbo”,  e  sono contento di avere percorso un fantastico e delirante tratto di strada con lui, intrecciando progetti e colori.

 

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DISTOPIE ANARCO-SPEZZINE

Di E. “Gomma” Guarneri

"il manifesto" 28 novembre 2006

A La Spezia e dintorni, un’area più prossima al carrarino che al resto della Liguria, abita uno strano tipo di persone. Teste dure (sarà per le montagne), ma anche visionari (sarà per il mare). Lì sono tutti un po’ imbronciati e riservati. C'è un sacco di anarchici dagli ottant'anni in giù, e poi gli artisti, i portuali e i marmisti. Ha sede, curiosamente, la più numerosa comunità europea di fans dei Ramones.

È lì che abitava Bad Trip, forse il più importante artista visuale underground degli ultimi quindici anni del nostro paese.

La Spezia è una città difficile, dove la crisi è palpabile, dove il bellicoso Arsenale e l'altrettanto bellicosa Oto Melara racchiudono, tra ciminiere e casematte, il perimetro di un porto cittadino che sta cercando a fatica una sua identità, tra scempio ecologico e necessità di un riscatto economico.

Davanti a questo panorama di mare e di cemento, nello stesso punto in cui da bambino andava per muscoli col nonno, con i piedi immersi nell’acqua catramosa Bad Trip mi spiegava la sua estetica, comune alle distopie di JG Ballard, di Philip Dick e dei cyberpunk, e che celebra la fine dell’attuale civiltà e la nascita di un nuovo mondo per mutanti. Era una bellissima giornata e proprio quel giorno  ho avuto la certezza che Gianluca fosse un artista completo: aveva visioni che io o nessun passante o pescatore sulle banchine aveva, e non le temeva ma le sapeva elaborare in un vorticoso mix di tecniche e di saperi. Fotocopie, ritagli di giornale, olii, vernici di ogni tipo, plastilina, legno, mattoncini Lego, pennarelloni, spray, gesso. E i supporti erano di ogni tipo: tela, carta, assi da cantiere, plastica, metallo, T-shirt e cartoncini serigrafati.

Un’abilità manuale esercitata al massimo livello – assolutamente rara nell’era della digital art – che diventava parossistico horror vacui quando sulle opere, soprattutto di photocopy art, interveniva scrivendo, esclusivamente a mano, in tutte le direzioni.

Il Prof. Bad Trip è stato uno studioso dell’arte contemporanea e profondo conoscitore della cultura underground dagli anni Cinquanta a oggi, capace di spaziare dai futuristi a Joe Coleman, dai lettristi a Darby Crash dei Germs,  in grado di applicare la pop art di Wahrol alle copertine di bootleg, di farti una lezione sui fumetti da edicola mentre produceva strisce su strisce di baloons radicali.

Quindi oggi - quando sfoglio la sua punkzine eliografata Archaeopteryx con l’immagine di Wojtyla, o uno dei tanti volantini dei concerti, o una copertina dei dischi da lui illustrati, quando indosso una sua maglietta, mi ascolto una sua compilation di techno o di brani dai Dischi del Sole, quando sogno davanti a un suo acrilico con i pesci verdi e rosa o i vulcani che esplodono, quando ammiro qualche murales su un centro sociale o i suoi raffinati recenti oggetti di design, o quando ripenso alle bellissime gite all’Archivio storico degli anarchici di Carrara o alle visite al suo studio “Gli insoliti ignoti” affrescato come una Cappella Sistina underground – realizzo che sotto c’era talento vero e che fare a noi suoi estimatori ha fatto fare un gran “good trip”.

Gianluca Lerici, insignito del Premio Ciampi 2005 “l’Altrarte”, oltre a un grande vuoto, ci lascia qualche centinaio di quadri e migliaia di pezzi e pezzettini d’arte, sparsi sui libri e le riviste, nelle gallerie, case e altri luoghi, che chissà se un giorno verranno aggregati in una grande “personale”. Ma non so se Bad Trip, spezzino insofferente alle cerimonie, gradirebbe. A me, in questi giorni, basterebbe ricevere una sua ultima lettera d’invito a una mostra, consegnata col solito ritardo dalle Poste italiane, una di quelle affrancate con il francobollo d’artista dell’inesistente “Stato del Chaos”. Per credere per un momento che lui ci sia ancora. Sorridere. E bere alla sua salute.

 

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LA RIVOLUZIONE FREDDA DEI DISEGNI DEL PROFESSOR BAD TRIP

di Antonio Caronia

Da l'Unità 29 novembre 2006

Il 25 novembre è morto a La Spezia, nella sua città, Gianluca Lerici. Non erano in tanti a conoscere questo nome, molti di più conoscevano i disegni, i fumetti, i collage, le T-shirt del Professor Bad Trip. Ci sono dei nomi d’arte che riassumono, come in una battuta fulminante, un uomo e un’opera. Il nickname che si era scelto Gianluca era uno di questi. Con grande coraggio, mescolando ironia e disperazione, denuncia e deformazione espressionista, questo artista ci ha accompagnato per oltre vent’anni in un viaggio veramente radicale tra gli incubi peggiori della contemporaneità. Nato nel 1963, aveva esordito nei primi anni ottanta negli ambienti underground del punk, scrivendo e illustrando fanzine e volantini, e serigrafando con grande perizia T-shirt autoprodotte, attività che avrebbe continuato per tutta la vita. Ma nello stesso periodo era già attivo anche negli ambienti della mail-art. Negli anni novanta era passato al collage e al fumetto: in quest’ultimo campo aveva sviluppato uno stile inconfondibile, basato su un tratto spesso e corposo, che si avvolgeva su se stesso e saturava lo spazio, creando labirinti grafici che erano una precisa rappresentazione di labirinti mentali, e rendevano con efficacia straordinaria la sua visione di un mondo dominato dallo sfruttamento economico e dall’oppressione poliziesca.

D’altra parte, Bad Trip era dichiaratamente anarchico, e il suo più recente coinvolgimento nel mondo più «ufficiale» dell’arte e del design non lo aveva per nulla distaccato dalle sue radici underground e da un atteggiamento di insofferenza e di netta opposizione a ogni ingiustizia economica, politica e sociale. L’influenza dei grandi del fumetto e del disegno underground americano (come Robert Crumb e Joe Coleman) è evidente nel suo lavoro, ma Bad Trip l’aveva introiettata e assimilata con grande originalità. Soprattutto dalle copertine e dalle pagine della rivista Decoder, negli anni novanta, i suoi collage colorati e irriverenti, come i suoi fumetti cupi e caotici, hanno accompagnato tutto lo svilupparsi dell’esperienza cyberpunk in Italia. Di questo coinvolgimento resteranno sempre vive nella memoria dei lettori almeno le tavole Amo vivere in città pubblicate all’interno del romanzo Costretti a sanguinare di Marco Philopat e la straordinaria traduzione a fumetti del Pasto nudo di William Burroughs (entrambi editi da ShaKe). Ma non dobbiamo dimenticare il suo costante riferimento a due autori come Philip Dick e James Ballard. Bad Trip era ormai noto anche all’estero, e Augusto Guerriero stava preparando proprio in questi mesi una sua mostra personale a Parigi, che speriamo vivamente non sia compromessa dalla sua perdita. Gli ultimi due suoi lavori editi sono stati, proprio nelle ultime settimane, la copertina del libro Philip K. Dick. La macchina della paranoia (con uno straordinario ritratto dello scrittore che fronteggia un’immagine di morte) e un calendario edito dalla Calusca City Lights - Cox 18 con 12 ritratti.

«Tutti gli artisti contro-cult, gli scrittori libertari, i registi cinematografici visionari, gli inventori pazzi e i pittori devianti contribuiscono con la propria opera all’evoluzione delle opinioni e dei gusti della gente», aveva scritto Gianluca Lerici, «nel progresso lento ma costante del costume della società, in una rivoluzione fredda che nessuno Stato, nessun potere militare, religioso, culturale, politico o finanziario può fermare. Ogni artista pop-underground, ognuno nel suo piccolo, anche chi non abbia mai avuto alcun successo commerciale, né in vita né postumo, come un’amanita muscaria, rilascia con la propria opera spore culturali pronte a svilupparsi ad anni o chilometri di distanza».

 

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Have a wonderful trip, grande Professor Bad Trip

Di Giuseppe Genna

www.carmillaonline.com

Con il Professor Bad Trip, senza fare facile retorica (sempre più rischiosa nei momenti di lutto), non evapora per niente la forza di un segno che ha inciso la memoria di almeno 25 anni. Se ne va un artista che, nelle sue contaminazioni e nella sorprendente resa del suo immaginario disparato eppure coerente, è stato il nostro Keith Haring, soltanto un po' più profondo di quest'ultimo. La perdita, in termini umani e artistici è enorme. Ma appunto adesso si misura, con la storia e con il tempo, la decisività del geniale lavoro di Bad Trip: e lo scrivente è pronto a mettere la mano sul fuoco del tempo e a sostenere che, da esso, come un'araba fenice l'opera del "Professore" uscirà indenne - siamo, cioè, a livelli d'arte, non di pubblicistica.

Chi scrive non ha mai avuto rapporti personali con questo geniale pittore, grafico, fumettaro, mail-artista. Ha avuto l'onore di esordire con un libro la cui copertina era un suo lavoro in bianco e nero - un'opera sorprendente e soltanto apparentemente votata alla rappresentazione del postumano di marca cyberpunk, nel cui recinto è stato recluso un lavorio dinamico sull'immaginario, che ha dato uno stile all'epoca italiana (e non solo) che abbiamo vissuto e stiamo vivendo.

8804501421g.jpgCiononostante, vero è che le radici del "Professore" affondano nella sua formazione post-punk, nell'esperienza delle fanzine e nella pratica del montaggio, a favore della costruzione di un'arte pop nel senso etimologico del termine arte popolare, arte comprensibile, seppure di avanzatissima avanguardia. Un'arte di strada che raggiunge esiti altissimi, come simbolizza il titolo-ossimoro del suo libro Almanacco Apocalittico (Mondadori), organicissima raccolta di fumetti in cui si assiste a una fusione - che lascia allibiti - tra motivi realistici, hard-core, mutageni, attraverso tecniche di cut-up condotte a vertici immaginifici inusitati. In questo terreno di fertile formazione storica, Bad Trip giunge a esiti che, pur permanendo nella tradizione in cui è cresciuto, stimolano riflessioni ulteriori - e l'invito personale è riflettere sulla sua opera a prescindere dalle categorie in cui poterla comodamente incasellare.

Se l'assessore alla cultura di Milano, Vittorio Sgarbi, parla dei graffiti e dei murali del Leoncavallo come "Cappella Sistina contemporanea", non sarà col medesimo tono provocatorio ed estetizzante che dirò che il Professor Bad Trip è stato e - grazie alle sue tavole - continuerà a essere uno dei migliori illustratori e artisti visuali dei miei anni di formazione e deformazione. Certo, la sua provenienza è l'underground, e non c'è categoria espressiva dell'underground che la potente personalità immaginativa del "Professore" non abbia toccato fin nel suo intimo, sempre portandola ai suoi esiti migliori, e cioè estremi. bt3.jpgLa sua costante collaborazione con Decoder ha regalato la continuità di uno stile che ha segnato l'underground, piuttosto che l'opposto. La ragione risiede nel fatto che l'immaginario di Bad Trip era profondamente realistico, prima che essere - come da etichetta, mille volte ripetuta - "lisergico". Le visioni di Bad Trip corrispondono in toto a quelle di Hans Ruedi Giger, ed è nella differenza dalle opere à la Bosch dell'artista svizzero che possiamo cogliere il livello impressionante di "artisticità" del lavoro di Bad Trip. La differenza sta nella stilizzazione, nell'impossibilità di ritrovare un benché minimo attracco di mimesi del reale nelle illustrazioni del "Professore". Ciò significa distanza essenziale dal "lisergico": poiché chiunque abbia assunto LSD sa benissimo che colpisce la visione alterata non soltanto l'improbabilità spesso infernale delle situazioni, ma anche la precisione e la lucidità del dettaglio con cui appaiono - e i dettagli, in Bad trip, non sono realistici in questo senso. E' come se il nickname avesse funzionato da barriera difensiva, per questo quarantreenne che lascia un vuoto difficilmente colmabile. bt2.jpgLa sua capacità di integrare ciò che è semplicemente segnico in pittura, innestandolo in una forma al tempo stesso coerente e incoerente, lo avvicina a Lynch più che a Cronenberg. Impressiona il "tutto pieno" che si realizza nei suoi lavori, addirittura in quelli in bianco e nero - il segnale di una autoscopia che coglie la realtà nella sua destinazione più immediata, cioè la percezione. Che questa percezione esprima soggetti innestati a macchine, bambini che rasentano il satanico, giochi da alieni - tutto ciò non ha nulla a che vedere col profondo messaggio di quel labirinto ultracurvo da hyper-Escher che Bad Trip era andato imponendo al suo tempo, che è il nostro. Critica ferocissima all'idea di stile come difesa psichica, come allume di originalità e, infine, come valore assoluto, il suo stile non era tale in ragione della ripetizione inesausta dello stesso, quasi a sfiorare, contraddicendola, la potenza che i marchi (stilizzazioni ubiquitarie tese a paralizzare l'immaginario umano) sortiscono in questi anni di deflazione emotiva, di povertà antropologica, soprattutto alle latitudini italiane. bt4.jpgIl lavoro pittorico del Professor Bad Trip applica la stilizzazione al dato di realtà, per fare precipitare chi ne osserva l'opera dal processo di percezione a quello di traduzione immaginaria del dato percetto, una volta giunto a destinazione: cioè un attimo prima di venire elaborato dalle zone cerebrali. Qui si apre una zona di fantasmi che con l'inconscio non hanno nulla a che vedere, mentre hanno molto a che vedere con archetipi che fanno la mitopoiesi: e sono infatti le ossessioni del nostro immaginario le realtà più reali attraverso cui ci muoviamo. Noi respiriamo l'immateriale che ha forma in Bad Trip, e in quelle forme ci muoviamo.

Per giungere a esiti che mi paiono tanto alti, questo artista doveva disporre di una capacità fuori del comune che gli permettesse ci centrare alla perfezione tutti i nuclei dell'immaginario irradiato dalla collettività in cui viveva. Il resto è forma, e anche qui possiamo compiere un'osservazione superficiale, che può essere smentita da esperti maggiori dello scrivente in fatto d'arte figurativa: in Bad Trip la tecnica del montaggio americano si compensa con una solidità (ma curvata, piegata, resa rigidamente fluida) del tratto tipico dell'arte realista socialista, del manifesto novecentesco e di quello sovietico/cinese in particolare. La lezione di Warhol accanto a quella di Zinov, ma filtrate attraverso la comprensione di cosa davvero volesse significare il cut-up propalato da Burroughs (va ricordato che Bad Trip ha illustrato Pasto Nudo e che il cut-up è uno degli strumentari della sua formazione post-punk, esplicitata in decine di fanzine): non una semplice operazione di cut&paste letterario, ma l'acuirsi di un senso immaginativo che conduce a unità frammenti di potenze imaginali, unità garantita dalla presenza di uno sguardo non umano, che equivale a uno sguardo umano.

Tutto ciò è sensibile se solo si scorre un breve catalogo di illustrazioni di Bad Trip: la sua facile imitabilità è segno di un disinteresse per la ripetizione e, quindi, per l'originalità in quanto valore assoluto; la replicazione stessa dei soggetti, infinitamente variati, ha il medesimo senso; lo sguardo che si affaccia dai soggetti disegnati a chi li osserva è indecidibilmente umano e non umano, vivo e morto, inorganico e organico. Si può dire che la pittura del professor Bad Trip è una potente lezione di quanto democratica sia l'azione compiuta sull'immaginario, livello in cui l'"io" dell'artista non c'entra più nulla, se non in quanto intercettore e canalizzatore di un patrimonio comune che costituisce il soggetto stesso.

E' per questo motivo che le opere del Professor Bad Trip non ce lo faranno mancare: il messaggio è stato inviato, in una bottiglia di piombo, verso gli spazi interstellari, con la certezza algebrica che, chi aprirà il contenitore, capirà. Che invece umanamente ci mancherà, e tanto, questo geniale artista, è altra cosa; e anche che gli sviluppi del suo lavoro mancheranno alla storia dell'arte contemporanea.

Ti sia lieve la terra, let it be a wonderful trip, Dr. Bad Trip

 

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Da La gazzetta di Castelpoggio

E' morto il pittore Lerici: grande dolore a Castelpoggio

Cordoglio a Castelpoggio per la prematura scomparsa di un artista. Gianluca

Lerici, aveva 44 anni, e' stato portato via da un improvviso attacco cardiaco che non gli ha lasciato scampo. L'uomo, ligure, nei tempi passati aveva soggiornato a Castelpoggio facendosi benvolere e apprezzare da tutto il paese che, avuta la notizia della scomparsa, si e' stretto in un grande dolore. Lerici era un artista: di lui rimangono i numerosi dipinti di pop art e la sua arte era aprezzata ovunque. Al suo attivo numerose mostre importanti. Viveva con la compagna, la giovane Jean Marie. Da tempo si era trasferito dal suggestivo paese a monte alla Spezia, dove ha continuato la sua attivita' di pittura. Tuttavia a Castelpoggio ha lasciato un ricordo indelebile, così come gli abitanti sono rimasti nel suo cuore, fra i giovani con cui era diventato presto amico e con i piu' anziani che dell'artista apprezzavano l'estro e la fantasia. Il ricordo del paese addolorato avviene a tumulazione avvenuta: i funerali si sono svolti nella citta' ligure.

 

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L’ultimo viaggio di Professor Bad Trip

di Carlo Branzaglia

da Social Design Zine

Sabato 25 novembre si è spento per un infarto Gianluca Lerici, alias Professor Bad Trip, il disegnatore (e poi pittore) principe dell’immaginario visionario italiano. Lerici, nato nel 1963 a La Spezia, è stato uno di quei rivoluzionari dell’immaginario le cui tracce possiamo trovare sparpagliate in miriadi di produzioni mediali, on e off, mainstream o meno, tanto per usare termini che Gianluca stesso ha col suo lavoro reso pressoché desueti. Il suo stile, definito psychopunk, evocava visioni cyber con una durezza che sicuramente aveva le sue origini in quel movimento punk, appunto, nel quale Lerici esordì giovanissimo, anche come musicista; e che pure nella tavolozza cromatica dei suoi quadri mantenne intatta la sua virulenza. Ma nelle sue immagini in realtà gli influssi erano ben mescolati: o meglio, la pratica quotidiana del disegno (e poi della pittura) aveva permesso al nostro non di assorbire, ma proprio di possedere sul piano della attitudine psicofisica la pregnanza di questo stile o quell’altro, di questa tecnica o quell’altra, di questo supporto o quell’altro. Gianluca era un uomo della pratica, felice ne produrre, con una vivacità produttiva sconcertante che lo portava a creare, riusare, riadattare in continuazione (chi poteva meglio di lui fare Il pasto nudo a fumetti?). I telai serigrafici autocostruiti, le magliette stampate, le autoproduzioni editoriali testimoniano la predominanza del fare, inteso come mezzo per mettere a punto, e poi dispiegare, una sapienza operativa, una arte pratica. Unico modo per capire l’incredibile complessità, e soprattutto l’incredibile ‘tenuta’ sul piano compositivo, delle sue esuberanti immagini.

E di sapienza effettiva si trattava: non amando molto il ruolo del conferenziere, chi l’abbia sentito parlare delle storie delle arti ‘altre’ che tanto lo appassionavano sa di quanta competenza fosse capace, e di quale capacità di ricostruire filiere di immagini; proprio perché ne aveva già avuto la coscienza operativa, rileggendole con il proprio stile. C’è il vaudeville nell’immaginario di Gianluca, il circo, non solo il punk o la psichedelica. Troppo facile, altrimenti. E se ne era accorto un nume tutelare dell’arte off, Robert Crumb. E, paladino di una pratica militante del segno, Lerici non ha mai sottolineato in alcun modo il suo ruolo autoriale. Quasi una solenne distaccata indifferenza lo coglieva una volta concepiti i suoi lavori: non che li rinnegasse, ma nessuno fu più lontano di lui dall’autore preoccupato a rivendicare o borbottare su esiti, edizioni (fatte da altri), distribuzioni , allestimenti, comunicazione della sua opera.

Per cui, che fossero sulle pagine di una rivistine iper-off; o sulle copertine della Mondadori; che fossero effettivamente perfettamente riprodotte o che avessero qualche sbavatura; beh, non c’era poi molta differenza; nulla di cui dannarsi. Tanto, e forse questo lo sapeva, il suo modo di lavorare era assolutamente inconfondibile. E il suo immaginario potentissimo. Così, accadde nel 1992 di trovarsi a Vittorio Veneto (non esattamente la capitale dell’impero) circondato da ragazzini che lo adoravamo, in una personale allo spazio Mu; così come accadde che si trovasse a fare copertine, e a pubblicare un volume, con Mondadori, dopo l’incontro con Giacomo Callo art director di Mondadori Libri, altro spezzino, esempio raro di sensibilità e attenzione. Ma la sua ultima mostra, ancora aperta (Greeting from the Hell, dedicato otto ‘dannati’ morti, da Bakunin a Hendrix), è al Conchetta di Milano, luogo di adozione (Shake inclusa), di comunanza di amicizie e non solo di progetti. La sua sede metropolitana, lui, che più di ogni altro sembrava provenire da qualche slum ipercittadina, e che invece se ne stava a La Spezia, dove poi si era trasferito dopo aver vissuto a Castelpoggio, minuscolo borghetto sopra Carrara. Lì aveva sede l’Organic Mutation Institute: lui e Jenna, ovvero Jeanmarie Filaccio, compagna di vita e di opere, autrice di spettacolari organismi biomorfi e mutageni in bianchissimo marmo di Carrara.

Una poetica comune, la loro. In una risposta a una intervista Gianluca usava la metafora del fungo per descrivere il concetto di ‘pop underground’: spore della cultura popolare che germinano e danno vita ad altri funghi, pronti poi a generare altre spore. Un circuito ciclico dove alto e basso, on e off non esistono; esite un processo di ibridazione e fecondazione reciproca. Un processo osmotico.

 

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PROFESSOR BAD TRIP INTERVIEW FROM HELL

di Vittore Baroni (per Pulp libri n. 65, gennaio-febbraio 2007)

 

Il cibernautico Professor Bad Trip, testimonial di controculture virtuali e guru della più robotica musica techno-trash, in realtà non usava il computer. Del resto è noto che anche Bruce Sterling, l’inventore del termine cyberpunk, ha battuto i suoi primi romanzi su una comune macchina da scrivere. Per la preparazione dell’appendice al suo Almanacco Apocalittico, Gianluca richiese per posta (non elettronica) a me e a Marco Philopat di compilare una serie di domande, a cui ha poi risposto manualmente in ordinato stampatello su 55 pagine a quadretti, complete di minuziose note e bibliografie. Da questi fogli ho estratto, sotto il nome Luther Blissett, l’intervista utilizzata nel 2002 da Mondadori in coda all’Almanacco, ma varie parti sostanziose sono rimaste inedite. Questo estratto, ad esempio, chiarisce meglio di cento dotte disquisizioni da cosa trae origine l’arte apocalittica del Professore:

“Ho cominciato ad acquistare e a leggere fumetti da ragazzino, a tredici o quattordici anni; allora il mio disegnatore preferito era Magnus, che in coppia con lo sceneggiatore Bunker aveva da poco rivoluzionato il fumetto popolare italiano con personaggi come Satanik, Kriminal, Alan Ford, dei quali andavo pazzo. Sono passato dal copiare i disegni di Magnus alle mie prime grafiche originali, basate su fotografie, e ai miei primi fumetti qualche tempo più tardi, a diciassette anni. Coi primi punx di La Spezia producevo la fanzine Archaeopteryx e lì sono finiti i miei primi disegni a china originali. Già l’anno precedente avevo redatto da solo due numeri di una zine fotocopiata chiamata semplicemente Anarchy, dove però non c’erano disegni ma solo collage di foto della seconda guerra mondiale (gerarchi nazisti, kamikaze e simili) miste alle foto dei personaggi politici del momento (Cossiga, Andreotti, Craxi, ecc.) prese da settimanali.

Ci riunivamo nei locali di Radio Popolare Alternativa, una radio fondata dagli autonomi spezzini, prima del nostro programma collettivo di musica e tematiche punk, nella stanzetta dall’altra parte del vetro della sala trasmissioni. Qui c’erano un tavolazzo in formica con delle sedie e pacchi di riviste di movimento invendute (Contro-informazione, Metropoli, manuali di Stampa Alternativa, ecc.) da cui attingevamo spunti ed immagini. All’inizio la rivista era scritta e disegnata su un unico foglio di carta lucida che poi veniva stampato in eliografia su una sola facciata, diventando un grosso poster. Abbiamo tirato più di cento copie dei primi due o tre numeri e, visto il successone, abbiamo stampato da cinquecento a mille copie dei numeri successivi, alla tipografia degli anarchici di Carrara.

A quell’epoca mi interessava soprattutto la grafica punk e di movimento, i primi introvabili fumetti underground americani, tradotti nel decennio precedente da oscure case editrici controculturali, il lavoro di Stefano Tamburini, che ho conosciuto tramite Il Male, i pochi numeri di Cannibale e, in seguito, su Frigidaire. Tra i fumettisti overground mi piacevano molto alcuni maestri argentini (Breccia padre e figlio, Josè Muñoz), i francesi del gruppo di Metal Hurlant, in particolare mi affascinavano le lunghe storie liberate dalle costrizioni editoriali tradizionali. In tal senso, due storie a fumetti tra le mie preferite di sempre sono ‘Il garage ermetico di Jerry Cornelius’ di Moebius e ‘Le straordinarie avventure di Penthotal’ di Pazienza. Oltre ad essere entrambe in bianco e nero, queste storie erano caratterizzate dal fatto che il disegnatore decideva come proseguire giorno per giorno, puntata dopo puntata, senza conoscere in anticipo la fine.

Venendo al presente, non solo a livello stilistico ma anche, se vogliamo, di strategie merceologiche, sono certamente debitore verso la scena underground americana. Penso a pittori che mi sono stati di modello professionale, ad esempio Robert Williams, Joe Coleman, Todd Schorr, e tutti i loro epigoni recenti a me coetanei, che sono nel tempo passati dalla grafica su ogni possibile supporto (hot rods, tavole da surf e skate, t-shirt, comix, copertine di dischi, ecc.) alla pittura su tela in copia unica.

Infine, per farla breve, ecco la hit parade degli insiemi culturali, degli argomenti che mi interessano particolarmente e che hanno influenzato la mia attività artistica:

1) Arte tribale di ogni epoca e latitudine.

2) Storia delle idee cosiddette utopiche, da Proudon, Bakunin, Marx ai giorni nostri.

3) Dadaismo ed Espressionismo.

4) Arte pre-colombiana.

5) Letteratura distopica (Orwell, Huxley, Bradbury).

6) Letteratura sperimentale, allucinata e pre-cyber (Burroughs, Ballard e Dick).

7) Patafisica, da Jarry alla Chiesa del SubGenio.

8) Art Brut.

9) Cinema libertario, da Buñuel a Kubrick.

10) Cinema fanta-psycho (Ridley Scott, Cronenberg, Carpenter, ecc.).

Più naturalmente tutta l’arte, la musica, la letteratura underground, e molto altro!”

Un aspetto spesso sottovalutato nella produzione di Gianluca è quello del collage, a cui ha dedicato soprattutto negli anni ’80 un’attenzione seria e continuativa, con esiti di pregio (vedi alcune copertine di Decoder) raramente valorizzati. Ecco il Prof. che ci propina una piccola lezione sull’argomento:

“L’uso di parti preesistenti e riciclate nell’opera d’arte, o addirittura il concepimento di quadri e sculture composte interamente da pezzi di scarto ha una storia piuttosto lunga; i cubisti Pablo Picasso e Georges Bracque inserirono, già dal 1910, nelle loro composizioni pittoriche pezzi di giornale, biglietti di teatro, impagliature di sedie, carte da gioco, stoffe. Il Futurista Carlo Carrà creò la sua nota opera intitolata Dimostrazione Interventista del 1914 quasi esclusivamente con titoli e scritte ritagliate da giornali e volantini dell’epoca. Subito dopo i Dadaisti Raoul Hausmann e Hannah Höch inventarono il fotomontaggio artistico (in realtà dei primi fotomontaggi rudimentali e minimali erano già apparsi in molte serie di cartoline satiriche popolari europee dai primi del Novecento), seguiti da John Heartfield, George Grosz, Hans Arp, Max Ernst, Marcel Duchamp, Francis Picabia. A Raoul Hausmann si deve il primo assemblage in scultura, con l’opera Testa di legno del 1918. In seguito una moltitudine di artisti ha usato ogni sorta di materiale per creare le proprie opere, indagando in tutte le direzioni tracciate da quei primi pionieri.

Nonostante questa storia sicuramente nobile, il collage viene considerato da molti una tecnica minore, forse per via del pregiudizio diffuso (che lo accomuna ad altre arti come la fotografia e, se vogliamo, la computer art) che si tratti di una pratica più facile e veloce rispetto, ad esempio, alla pittura tradizionale. Per quanto mi riguarda, è un fatto che trovo molto più difficile vendere un collage rispetto ad un quadro dipinto, anche se magari ho impiegato lo stesso tempo di realizzazione. Così, generalmente, non espongo più collage in galleria anche se continuo a produrne. Al di là delle considerazioni più serie, devo essere sincero: provo una soddisfazione morbosa ad andare a frugare tra i bidoni della spazzatura in cerca di riviste buttate da ritagliare!”

Una mia curiosità all’epoca (non ho mai purtroppo avuto il piacere di assistere ad un vero dj set di Gianluca) riguardava il tipo di interrelazione esistente fra il Prof. Bad Trip e il dj Vinyl Junkie:

“La musica underground, in molte delle sue forme, continua ad essere uno dei miei pallini. Quando la cosa è tecnicamente possibile, mi piace curare personalmente la colonna sonora delle mie mostre, non solo per sottolineare l’importanza della musica tra le mie fonti ispiratrici o per comunicare le mie conoscenze musicali agli altri, ma anche soltanto per riempire il silenzio tipico della galleria specializzata in pittura e conferire un tocco di multimedialità al tutto.

Sono un feticista fanatico del vinile in tutte le salse. Ogni tanto, per divertimento, organizzo performance pubbliche da retro-dj, per socializzare le mie ultime scoperte a prezzo stracciato in improbabili negozi dell’usato e fiere del pattume denominato ‘modernariato’. Non sono granché professionale, in quanto poco informato sulle ultime tendenze: compro pochissimi cd nuovi perché costano troppo e ho sempre odiato il loro packaging tipico (molto povero, viste le dimensioni ridotte, rispetto al vecchio lp in vinile). Quando posso, mi faccio registrare dagli amici i gruppi nuovi di cui non posso fare a meno per le mie serate. Spero che, con l’avvento degli Mp3, i cd diventino presto desueti e dimenticati.

Per quanto riguarda i miei generi preferiti, traffico, metto e sento: rock and roll storico (‘50/’60), rock (‘60/’70), sperimentale e new wave (‘70/’80), punk in tutte le salse, industrial e tekno (‘80/’90).”

E ancora, per quanto concerne le interrelazioni fra il lavoro prevalentemente pittorico e di design dell’ultimo decennio e la precedente produzione grafico-fumettistica:

“Non ho mai considerato i miei comix come veri e propri fumetti. A volte le storie erano solo un espediente per poter rappresentare personaggi e paesaggi psichici compiuti. Credo di avere una attitudine e abilità per la composizione di immagini autoconclusive che in passato, quando si trattava di produrre fumetti, diventava un limite; ho cercato per un po’ di reprimere questa attitudine, per dispiegarla ora attraverso la pittura.

Ogni tanto mi capita, magari su richiesta o perché sono a corto di nuove idee, di attingere dalla mia passata produzione a stampa e di usare queste vecchie tavole un po’ come bozzetti preparatori per nuovi quadri a colori. Probabilmente ognuno dei miei quadri può ispirare svariate storie non solo a me che li ho fatti ma anche a chi li guarda; se poi chi osserva conosce i miei comix, può anche succedere che il personaggio rappresentato rimandi alla psycho-storia da cui è tratto.”

Alle domande su “cosa non dipingeresti mai?” e “qual’è la cosa più strana che hai mai dipinto?”, Gianluca ha risposto con queste due rapide liste:

“Non dipingerei mai, almeno volontariamente, soggetti che istigano al razzismo, al sessismo, alla guerra, alla pena di morte, alla schiavitù fisica o morale.

Ho dipinto su: porte, finestre, cancelli, vasi, tavoli, sedie, frigoriferi, televisori, apparecchi radiofonici, moto, motorini, caschi, mobili di abitazioni e di negozi di dischi e librerie, muri di case e centri sociali e attività commerciali, interni ed esterni, sculture, bassorilievi ed altorilievi, miei e di altri e trovati nella spazzatura, cartelle, valigie, giubbotti, t-shirt e pantaloni.”

Ancora un piccolo aneddoto prima di finire. Data la relativa vicinanza geografica tra La Spezia e Viareggio, di tanto in tanto Gianluca, solo o in compagnia di Jena, veniva a trovare me e MariaTeresa per un pranzetto casalingo e qualche chiacchiera d’aggiornamento sui nostri argomenti preferiti, con successiva spedizione esplorativa alla fumetteria e ai negozi di dischi locali. Pur dovendo tener fede al suo pessimismo cosmico da il-mondo-è-una-merda-ma-tanto-non-ne-ha-più-per-molto, Gianluca usciva dalla modalità bradipo-depressiva non appena gli mettevo davanti qualche nuova stuzzicante scoperta fumettistica o discografica: gli occhi si illuminavano, e non mancava mai di sottolineare in un modo o nell’altro l’invidia che provava per le mie scaffalature piene di leccornie audiovisuali. Non che a lui dischi e comix difettassero, anzi, ma per chi come noi ha contratto il morbo del collezionismo fin dalla tenera età, fra biglie di vetro e figurine Panini, “size matters”: il senso della competizione e della cupidigia feticistica è quanto mai spiccato (non è un caso che Bad Trip abbia prodotto così tante serie di psycho-figurine). Dunque c’era questo sottile rancore per le dimensioni elefantiache della mia collezione, o per le paccate mensili di promo dalle case discografiche, ma in almeno un’occasione il Prof. si è preso la sua rivalsa. Assieme a Piermario Ciani (r.i.p.) ero passato un paio di anni fa da La Spezia per una breve visita di cortesia, e mentre curiosavo tra i suoi vinili vintage in cerca di qualche fenomeno trash “mezzo putrido” (una delle sue locuzioni preferite), Gianluca mi ha messo sotto il naso un quadretto, avuto da un suo gallerista in cambio di materiale pittorico, con un’autentica firma autografa di Elvis Presley. Il suo sguardo lampeggiò per un microsecondo mentre il sorrisetto gongolante scandiva senza bisogno di sonoro: “Però-questa-ti-manka!”

See you in hell, pal!

Vittore

 

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THE PROFESSOR

Agli Insoliti Ignoti
Dj Partizan suona per noi!
Piermario Ciani & Bad Trip (foto Emanuela Biancuzzi)

tutte le foto sono di Gomma, tranne quelle a Cox18